Migrazioni

Immigrazione senegalese

Il Senegal, meta storica delle migrazioni interne da altri paesi dell’Africa occidentale, a partire dagli anni ottanta, da Paese d’immigrazione è diventato un Paese di emigrazione.

I senegalesi hanno iniziato a lasciare il proprio Paese a causa di vari fattori, tra cui la crisi del settore agricolo, il fallimento delle politiche di aggiustamento strutturale, la svalutazione del franco CFA, la progressiva desertificazione delle regioni settentrionali. La meta principale dell’emigrazione senegalese negli anni settanta è stata la Francia, per ovvie ragioni storiche e linguistiche.

A partire dagli anni ottanta, le sempre maggiori difficoltà di accesso, a causa del cambiamento nelle politiche migratorie francesi, hanno spinto i migranti a cercare nuove mete.
Alcune caratteristiche – permeabilità della frontiera, periodiche sanatorie, struttura del mercato del lavoro – hanno così reso l’Italia attraente per l’immigrazione che proveniva dal Senegal, regolare e irregolare. I primi immigrati provenivano dalle regioni centro-occidentali del Senegal ed erano di origine rurale, appartenenti al gruppo etnico dei Wolof e alla confraternita dei Murid. A partire dagli anni novanta la migrazione si è diversificata: le aree di espatrio si sono estese a tutte le regioni del Senegal, sia rurali sia urbane, e sono stati coinvolti tutti i gruppi etnici. Le relazioni di parentela hanno costituito e costituiscono un nuovo canale di richiamo migratorio, al di là delle confraternite religiose.

I Senegalesi in Italia

Al 1° gennaio 2010 i senegalesi con regolare permesso di soggiorno in Italia erano 72.618, di cui 55.693 uomini e 16.925 donne; la maggior parte risiede nelle regioni del centro nord.

I Senegalesi emigrati in Italia rappresentano il caso più eclatante di comunità di migranti caratterizzate da una forte solidarietà che le rende capaci di affrontare sia le difficoltà quotidiane, sia gli eventi eccezionali e spesso si traduce nell’abitare in comune o, quantomeno, nell’offrire ospitalità ai propri connazionali. Questo tipo di comunità, in genere, affida la funzione di rappresentare i propri interessi e la propria cultura nel paese di immigrazione ad associazioni etniche o a leader che, sebbene non formalmente investiti di tale ruolo, godono di un indiscusso riconoscimento sociale.

Tali legami hanno dato origine a numerose associazioni. L’associazionismo senegalese è, in Italia, quello più sviluppato: il dossier Caritas lo pone al primo posto a livello nazionale, con un’associazione ogni 682 abitanti. Questo attivismo affonda le sue origini nella società civile senegalese, caratterizzata dalla presenza di un elevato numero di associazioni, GIE (Groupments d'Interet Economique), ONG, GPF (Groupments de Promotion Feminine) e organizzazioni, e nella tradizione del popolo senegalese, fondata sui valori delle solidarietà e della reciprocità, oltre che su appartenenze diverse e interconnesse (alle diverse confraternite musulmane, ai villaggi, al genere, alla professione, allo stato sociale, all’età etc.).

Le associazioni più inclusive sono quelle per comune destinazione, mentre le associazioni delle donne sono poche. Queste associazioni creano vere e proprie forme di protezione/assicurazione sociale, anche attraverso la costituzione di gruppi di risparmio collettivo.

I migranti senegalesi per il proprio paese

È indiscutibile la preminenza del ruolo dei migranti per il welfare e lo sviluppo locale comunitario in Senegal, rispetto a quello esercitato dallo Stato e dalla cooperazione internazionale. Le rimesse dei migranti costituiscono una rilevante percentuale del PIL del Senegal (nel 2005 erano il 19%). Oggi si calcola che siano circa il 10% del PIL e il doppio dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo.

Questo fa dei migranti uno dei principali attori per la lotta alla povertà e per la trasformazione sociale. Esiste, infatti, una forte visibilità del ruolo dei migranti, grazie alla stabilità e continuità dei loro rapporti con le comunità locali, alla creazione di infrastrutture collettive, alla copertura di bisogni fondamentali (educazione, sanità, acqua) e simbolici (moschee). Questa preminenza si deve proprio al capitale sociale transnazionale intessuto dai migranti. In primo luogo per una questione di identità: i migranti sono un’estensione delle comunità locali, sono le comunità locali, sono forze endogene e non agenti esterni. In secondo luogo sono i principali creatori di relazioni delle comunità locali con l’esterno, sono conduttori di nuove idee e modelli, e sono quindi agenti di cambiamento della stessa identità e costruttori di nuove dinamiche.